DETTAGLIO

Intervista a Monica Bartolo Janse - Sindacato SSM

Giovedì, 15 Febbraio 2018

Erano diverse le persone presenti alla manifestazione tenutasi all’esterno degli studi della RSI dI Comano lo scorso 19 dicembre; promossa dal Sindacato svizzero dei mass media (SSM), l’azione dimostrativa era volta a sensibilizzare il pubblico sulle conseguenze disastrose che provocherebbe un Sì all’iniziativa “No Billag”, tra cui la chiusura definitiva della stessa RSI. Ne abbiamo discusso con Monica Bartolo Janse, del segretariato di SSM.

Che clima aleggia presso i dipendenti della RSI in vista della votazione del 4 marzo?

La preoccupazione c'è com'è è naturale che sia, dal momento che un Sì all'iniziativa significherebbe perdere il proprio posto di lavoro senza una prospettiva probabile di ricollocamento considerato il mercato ticinese. Allo stesso tempo però tutti vanno avanti a svolgere il proprio lavoro con impegno e passione, senza farsi travolgere dall'ansia e dalla demotivazione. 

In caso di un SÌ all’iniziativa, la RSI dovrebbe chiudere i battenti: come reagirebbe il mercato professionale della Svizzera italiana?

Alla RSI operano oltre 42 professioni diverse, senza considerare le professioni che orbitano attorno alla RSI, come per esempio le ditte private. Di queste 42 professioni, molte sono specifiche al mondo dell'audiovisivo, come registi, cameramen, montatori, videomaker, fonici, eccetera. È quindi irrealistico pensare che questi professionisti possano trovare uno sbocco professionale nella Svizzera Italiana

Anche altre radioTV private sarebbero a rischio chiusura: alle nostre latitudini il settore dell’informazione sparirebbe definitivamente?

Le radio e le TV private svizzere attualmente sono tenute a svolgere anche compiti di servizio pubblico, in cambio dei quali ricevono un finanziamento dalla Confederazione. Per questa ragione le emittenti private nel settore dell'informazione devono rispettare le stesse regole imposte alla SSR: imparzialità, equidistanza, completezza, rispetto della deontologia giornalistica. Venendo a cadere il finanziamento pubblico, cadranno però anche questi obblighi. Ogni editore sarà libero di dettare la linea politica della propria radio o della propria televisione, così come fa già oggi con i propri giornali.

In uno scenario incerto come questo, quale futuro spetterebbe all’informazione?

Saranno gli interessi dei vari gruppi di potere e dei loro finanziatori a dettare la scelta degli argomenti da trattare o non trattare, degli ospiti da invitare o non invitare, delle cose da dire o non dire, dei partiti da favorire o non favorire. Senza le radio e le televisioni di servizio pubblico alla Svizzera verranno a mancare completamente quegli spazi mediatici neutri e imparziali di incontro e di confronto sociale e politico che sono un elemento essenziale della coesione nazionale e del funzionamento democratico del Paese. Spazi pubblici, sul cui funzionamento ogni cittadino ha diritto di parola, non aziende private legittimate a perseguire unicamente i propri interessi. Inoltre la netta diminuzione delle risorse a disposizione del settore dei media, che si determinerà con la sparizione del canone e sarà particolarmente sensibile nella Svizzera italiana, non potrà che abbassare il livello qualitativo dell'informazione, nonché la sua capacità di svolgere le inchieste e le ricerche giornalistiche che sono essenziali per il funzionamento di ogni democrazia.

E con quali conseguenze?

Le conseguenze sono facilmente immaginabili: la formazione del pensiero politico in Svizzera sarà fortemente controllata dai gruppi di potere che riusciranno a impadronirsi del mercato dei media.

Il vostro sindacato che strategie sta mettendo in atto in caso di Sì (e di No) all’iniziativa?

In caso di un Sì il nostro sindacato non potrebbe fare altro che dare assistenza con i nostri mezzi a disposizione a tutte le collaboratrici e collaboratori che richiedessero il nostro supporto per affrontare concretamente i problemi che verrebbero a porsi in caso di chiusura: disoccupazione, cassa pensioni, eccetera... In caso di un No direi che la strada è comunque ancora tutta in salita. L'UDC ha già annunciato l'intenzione di raccogliere le firme per un canone a 200 franchi, che per la SSR comporterebbe (se passasse) un dimezzamento dei propri mezzi e il conseguente licenziamento di numerosi collaboratori. Non bisogna inoltre dimenticare che dal 2019 il canone comunque scenderà a 365 franchi, e la SSR ha già annunciato un nuovo piano di risparmi dell'ordine di 50 milioni di franchi, un risparmio simile a quello effettuato nel 2016, con i conseguenti tagli di personale che ci sono stati. Sarà quindi prioritario per noi evitare che eventuali misure di risparmio vadano di nuovo a cadere solo sulle spalle dei collaboratori, di chi davvero ogni giorno è al fronte e contribuisce a produrre programmi di qualità.