DETTAGLIO

Intervista a Bice Curiger

Mercoledì, 10 Aprile 2019

Come la Beatrice di Dante – di cui Bice è il diminutivo, come ha subito ricordato Moreno Bernasconi –, ha accompagnato il pubblico dello Studio 2 nel complesso mondo dell’arte. In buon italiano – appreso dalla madre bellinzonese – Bice Curiger ha parlato delle mostre “blockbuster”, quelle che con grandi nomi richiamano molti visitatori ma rischiano di portare al conformismo, dell’importante lavoro del curatore di mostre, della storia dell’arte che spesso ha sottovalutato i contributi femminili. Del resto lei il mondo dell’arte lo conosce bene: nel 2011 è stata chiamata a curare la Biennale di Venezia, e dal 2013 dirige la Fondazione Vincent van Gogh ad Arles. Nel campo dell’arte, una donna leader – come da titolo dell’interessante serie di incontro promosso dalla Corsi – ma a una domanda del pubblico Bice Curiger ha subito detto di non vedersi come una leader: «È chiaro, ho avuto compiti importanti, ma la mia generazione ha una visione un po’ diversa: oggi si parla di “carriera” già all’asilo, mentre per noi era una parola brutta».

Bice Curiger, nel mondo dell’arte ci sono ancora pregiudizi di genere, ad esempio con mestieri ‘da donne’ e mestieri ‘da uomo’?

È interessante come la storia dell’arte sia diventata uno studio prettamente femminile: ho tenuto corsi a Berlino, alla Humboldt-Universität, il 90 per cento erano donne e il 10 uomini. E tutti dicevano: “Guarda, questi cinque uomini saranno i prossimi direttori di musei”. Ma era nel 2006 e devo dire che adesso, in Germania, ci sono tante donne direttrici di museo, per cui le cose stanno cambiando. E anche in Svizzera…

Insomma, il mondo dell’arte è forse un po’ più aperto rispetto ad altre realtà.

Sì, penso si possa dire così.

Lei ha anche tenuto dei corsi all’Accademia di Mendrisio: anche lì erano più donne?

No, ma erano architetti. Però mi ricordo che nel mio corso ho parlato molto di artiste donne e, al momento degli esami, alcune studentesse – quindi delle ragazze che studiano architettura, che vogliono diventare architette – non avevano idea dell’esistenza di artiste donne, non conoscevano nessuna artista donna vivente. L’ho trovato un po’ scioccante…

Un problema di cultura artistica o, guardando dall’altro lato, di mediazione culturale, attività sempre più centrale per i musei.

Sì, è molto importante. E su questo i media dovrebbero assumersi un po’ più di responsabilità, dare più spazio alla cultura. Perché è importante per gli artisti stessi: non basta dare uno stipendio a un artista, se non c’è una base di mediazione, di discussione, è chiaro che l’artista sarà costretto a partire, non può esistere un artista senza un eco sul territorio.

C’è stata una evoluzione, in questo?

Ho avuto la fortuna, quando ero ancora studentessa, di poter scrivere per il ’Tages-Anzeiger’. Parliamo degli anni Settanta ed era fantastico, si creava dibattito, in molti mi dicevano “Ah, ho letto il tuo articolo!”. Eravamo in cinque persone, due fissi e tre freelance. Adesso in quel giornale non c’è più un critico d’arte, solo un freelance, e rispetto agli anni Settanta la scena artistica è molto più attiva, ci sono più gallerie, c’è una nuova Kunsthalle. Un gallerista si assume anche dei rischi e nessuno raccoglie la sfida di voler capire, di informarsi su quel che succede.

Insomma, maggiore attività ma minore dibattito pubblico.

Esatto. E i media digitali ancora non riescono a essere un luogo di discussione, forse in futuro lo saranno ma per ora non lo sono.

Ed è importante: in Italia, io sono abbonata ad Artribune che adoro e sono molto grata di poter leggere anche questo e non solo Artforum e altre riviste online americane, perché sarebbe una perdita per la cultura europea. L’Europa deve mantenere un dibattito vivo, altrimenti restiamo in balia del sistema delle fiere artistiche, dove tutto sparisce.

Ecco, le fiere e il mercato dell’arte: il valore delle opere è cresciuto molto, in questi ultimi anni.

C’è sempre stata la follia del prezzo ma credo che con la tecnologia e la globalizzazione siamo saliti a un altro livello. Le gallerie un tempo avevano un rapporto con le persone che entravano, oggi si entra, il gallerista forse è a Hong Kong, settimana prossima a Miami… E a stabilire che cosa è di qualità sono le aste: non più i discorsi, il dibattito pubblico, ma le palette alzate nelle case d’aste. Così non c’è futuro per l’arte.

La vedo pessimista…

No, solo su questo (ride, ndr).