DETTAGLIO

Marco Battaglia: “La campagna No Billag? La più lunga e intensa alla quale abbia mai partecipato”

Martedì, 17 Aprile 2018

Osservatore elettorale internazionale per la Svizzera ma soprattutto giovane attivo, aperto a nuove esperienze: si definisce così Marco Battaglia, 30 anni, da noi intervistato per approfondire da una parte il legame che intercorre tra i giovani e il servizio pubblico e, dall’altra, per offrire una riflessione sull’andamento della campagna No Billag. Una voce che conta, visto che Marco, oltre ad essere consulente indipendente per campagne politiche, è stato anche il coordinatore della campagna No Billag per il la Svizzera italiana in seno al comitato interpartitico dei contrari all’iniziativa.

Come sei arrivato al ruolo di coordinatore della campagna No Billag per il Ticino in seno al comitato interpartitico? Cosa ti è piaciuto di meno di questa campagna o ti ha creato più difficoltà nel condurla?

Avevo già fatto l’esperienza di coordinare e gestire campagne nella Svizzera italiana: quando ho saputo della votazione ho comunicato la mia disponibilità per assumere questo ruolo. Sapevo che la campagna non sarebbe stata facile, ma sono anche convinto di una cosa fondamentale: nella vita non si cresce se non si accettano sfide difficili! La campagna contro l’iniziativa No Billag è stata effettivamente la campagna più lunga e intensa a cui abbia mai partecipato, anche perché è iniziata 6 mesi prima del voto. Una situazione più unica che rara, che ha reso il lavoro intenso fin dagli inizi, soprattutto per il ritmo che chiedeva di mantenere ogni giorno. Ho dovuto fare i conti con una progressiva polarizzazione del dibattito, specialmente sui social media, con un clima talmente teso da dare adito a facili insulti e offese. Tutto ciò non ha impedito un esito positivo: in questo periodo economico non facile, gli Svizzeroitaliani hanno capito che ci sarebbe stata una perdita finanziaria notevole, qualora la votazione fosse stata accolta e, tale scelta, avrebbe comportato pesanti conseguenze per il mercato del lavoro.   Vale anche la pena di sottolineare qualcosa di fondamentale: la collaborazione del comitato interpartitico con tante associazioni e molti volontari. Il servizio pubblico radiotelevisivo coinvolge in un modo o nell’altro tutti noi. E la possibilità concreta della sua scomparsa ha mobilitato un numero sorprendente di persone, dallo sport alla musica, dal cinema fino al mondo dell’economia. Abbiamo ricevuto numerose richieste di materiale, domande, donazioni e disponibilità a partecipare alle azioni di campagna. Senza contare che tante associazioni si sono mosse in maniera indipendente. Lavorare a questa campagna è stata per me, nonostante le difficoltà, una grandissima soddisfazione e un’esperienza di vita che mi ha insegnato molto.   

Quali sono, dunque, i criteri per una campagna efficace? Da cosa si parte? Quando una strategia è vincente?

Se solo fosse una scienza esatta! Ogni campagna ha una costellazione unica di attori, argomenti e idee da gestire. Spesso, ancor prima di iniziare a far campagna, bisogna considerare che il tema in oggetto divide a priori la popolazione secondo preconcetti ben radicati. La No Billag non ha fatto di certo eccezione. Giocano poi un ruolo altrettanto importante le prese di posizioni dei vari partiti e delle associazioni di categoria. Di fronte a tutto questo, ritengo che il segreto di una campagna di successo sia riuscire a identificare con la maggior precisione possibile gli indecisi e trovare il messaggio giusto per convincerli a votare dalla propria parte, sebbene un grado di incertezza rimanga inevitabilmente fino alla chiusura delle urne. Vale lo stesso principio di una partita di calcio: bisogna attendere che l’arbitro fischi la fine dell’incontro per avere una certezza circa i risultati! 

Che ruolo hanno i social media in una campagna? Quali potenzialità ma anche quali rischi presentano? Si può stabilire un rapporto tra la politica in generale e i social? Si può davvero prevedere l’esito di una campagna basandosi sui social o è un’utopia?

I social media hanno cambiato la nostra democrazia in maniera radicale. Le piattaforme online permettono oggi a chiunque di esprimere la propria opinione e condividerla pubblicamente. La velocità con la quale le informazioni diventano virali fa sì che un post o un tweet di chiunque possa potenzialmente diventare un caso di dominio pubblico. Così è stato per la campagna No Billag: post (pro o contro), nati come commenti privati entro una cerchia di amici, sono stati ripresi e commentati pubblicamente da altri. Le campagne quindi non possono più ignorare i social media. Oggigiorno molte di esse, indipendentemente dal partito che le porta avanti, sono attive sui social prima ancora di apparire nella pubblicità cartacea o nella cartellonistica.

Queste piattaforme creano nuovi problemi per il dibattito democratico. Pensiamo al fatto che una persona con una certa visione politica tende ad avere “amici” sui social che appartengono allo stesso gruppo ideologico. Si tende a una condivisione di contenuti e commenti che rafforzano le proprie convinzioni politiche indebolendo il senso critico, che è cosa fondamentale in una democrazia! Il secondo problema sono le “fake news”. Le notizie false, a volte difficilmente riconoscibili, possono diffondere nella popolazione una falsa percezione dei problemi sociali, esasperando aspetti secondari e nascondendo la verità su questioni più urgenti e prioritarie.

E dunque facile o difficile prevedere l’esito basandosi sui social?

In realtà, i sondaggi sulla No Billag nella Svizzera italiana hanno mostrato diverse lacune, ed è possibile che un’analisi compiuta anche sui social media sarebbe riuscita a predire più adeguatamente l’esito finale. Gli ultimi sondaggi avevano dato infatti il no vicino al 50%, mentre il risultato finale ha chiaramente smentito i sondaggi con oltre il 65% di voti contrari. È evidente che nella metodologia perseguita qualcosa non ha funzionato.

Cambiamo tema: i giovani e il servizio pubblico. Quali passi ulteriori dovrebbe compiere il servizio pubblico per essere più vicino ai giovani? Cosa contraddistingue l’offerta RSI per i giovani dagli altri canali di comunicazione e dalle altre emittenti?

Partiamo da una considerazione basilare: il servizio pubblico è di tutti, quindi anche dei giovani, nonostante il cambiamento tecnologico abbia innegabilmente creato un vuoto generazionale tra il servizio radiotelevisivo e i più giovani. In particolare, la comparsa dei social media e di servizi come Youtube, Netflix e Spotify hanno cambiato radicalmente il modo in cui consumiamo notizie, musica e video. Come risponde la RSI a tutto questo? Anzitutto sta rapidamente recuperando terreno con offerte digitali interessanti, come il servizio RSI News su Facebook, #SPAM e la possibilità di seguire sempre più trasmissioni sul web. In fondo, com’era stato detto in campagna, se è vero che cambiano i canali di comunicazione, resta la necessità di produrre contenuti in lingua italiana per il nostro territorio. Netflix di certo non si preoccupa di raccontare le storie della Svizzera italiana, la RSI invece sì! Ritengo che la direzione giusta da intraprendere sia lo sviluppo delle attività sul web, facendo in modo che i programmi interagiscano con le nuove piattaforme.

E la situazione delle emittenti private, come ti sembra? C’è una differenza sul modo in cui viene trattato il tema giovani in seno alla RSI e invece dalle emittenti private?

Le emittenti private sono soggette alle stesse sfide della RSI. Anche le radio private si stanno muovendo nella direzione di una maggiore visibilità sui canali digitali. Penso ad esempio al recente record del mondo per numero di ore in diretta a Radio3i, un evento ben pubblicizzato e diffuso sui social media che ha avuto un grande successo di pubblico.

Il servizio pubblico sfrutta bene le potenzialità dei social o dovrebbe provare a fare di più? Cosa suggeriresti?

Ovviamente penso che si potrebbe fare di più, anche se non è così facile. I social media sono infatti un canale specifico, molto competitivo per quanto riguarda i contenuti e con una serie di vincoli nella diffusione del materiale imposti dall’azienda che li gestisce. Non dobbiamo dimenticare che i giganti del web sono società private e come tali possono decidere le regole del gioco e cambiarle da un giorno all’altro. Inoltre la comunicazione sui social media è rapida, dinamica e a volte molto superficiale. Diversi studi suggeriscono che l’attenzione media per post è di pochi secondi. La sfida è quindi quella di riuscire a creare contenuti professionali, informativi e che al contempo attirino immediatamente l’attenzione e la trattengano. Una volta si potevano concentrare le forze nella produzione di unica trasmissione settimanale, oggi invece le risorse devono essere segmentate per produrre micro-contenuti che vengono pubblicati in continuazione. La vera sfida di domani per le nostre emittenti radioTV sarà di vincere la competizione sui contenuti. La televisione e la radio come mezzi di distribuzione dei contenuti sono ancora dominanti, ma in forte declino. Tra 10 anni consumeremo la maggior parte dei contenuti solo tramite il web, e pur sembrando molto, in realtà è un tempo molto breve. 

Come giudichi il ruolo della Corsi? Consiglieresti l’adesione alla Corsi? Secondo te, qual è la cosa più importante che fa la Corsi? In cosa invece, per quanto la conosci, potrebbe migliorare?

Il ruolo della Corsi è importante! Essa funge da ponte tra la RSI e il pubblico che paga il canone. Tutti noi abbiamo critiche e suggerimenti su come migliorare il servizio pubblico.  La Corsi permette di raccogliere, anche informalmente, le opinioni del pubblico per migliorare l’offerta della RSI.  Per quanto riguarda il futuro, penso che la Corsi dovrebbe concentrare più energie nei nuovi media, al pari della RSI, e adattarsi ai modi di comunicazione e consumo delle nuove generazioni. Vista la velocità con il quale i media evolvono e l’individualità dei fruitori, fungere da collegamento è un compito difficile, ma essenziale per la definizione di un servizio pubblico. Consiglio perciò a tutti l’adesione alla Corsi, perché come per ogni associazione, l’unione fa la forza. Da soli abbiamo poco potere di influenzare i programmi della RSI, ma un grande numero di soci dà alla Cooperativa forza e legittimità per difendere le posizioni degli utenti nei confronti dell’azienda.